
L’allevamento dei bachi da seta (bachicultura) rappresentava uno dei principali strumenti di integrazione del reddito per la popolazione contadina.
Le larve dei bachi (Bombyx mori) venivano cresciute nelle cascine nutrendole con le foglie degli alberi di gelso.
Ciò avveniva anche – su scala indistriale – negli stabilimenti bacologici.



Le uova degli insetti, una volta dischiuse, venivano poste su graticci, custoditi in ambienti asciutti e tiepidi, dove vivano nutrite
Poi, presso i graticci, si simulava un albero mediante rametti e frasche, così da consentire ai bachi di appendersi per creare il bozzolo, nel quale avrebbero dovuto compiere la loro mutazione.

Fotografie di proprietà del Consorzio agrario di Mondovì.
Una volta completato il bozzolo, il prodotto era pronto per essere venduto alle filature oppure al mercato (qui finiva l’attività dei contadini-allevatori).

Mercato dei bozzoli di Asti, anno 1930 circa
(Archivio storico comunale della città di Asti)
Appena giunto alla filatura, però, era necessario impedire agli insetti di rompere il bozzolo (cosa che, completata la muta, avrebbe fatto la farfalla per uscire e riprodursi).

Pertanto, i bachi venivano subito soffocati con aria riscaldata a circa 70/80 gradi.
Fotografia di proprietà dell’Istituto bacologico di Trento.
Ucciso l’insetto, i bozzoli integri venivano essicati: ciò consentiva di conservarli, in modo da poterli poi avviare alle successive fasi di lavorazione, programmabili senza più urgenza.
Si procedeva quindi a macerare i bozzoli secchi, al fine di eliminare la mucoidina (sostanza che consente al baco di secerne la bava) e conservare solo le componenti fibrose.

Seguiva quindi la scopinatura del bozzolo, in modo da trovarne il capo.
Ciò era propedeutico alla sua dipanatura: il filo, che a suo tempo era stato creato dall’insetto, veniva così recuperato ed avvolto su matasse.
Si perveniva così alla produzione della seta grezza.
Le prime notizie sull‘introduzione del bachi da seta in Piemonte risalgono agli Statuti della Città di Mondovì dell’anno 1415, ma la bachicultura viene fortemente praticata soprattutto tra il XXVIII e la prima metà del XX secolo.
Nelle nostre vicinanze esistevano, tra le tante:
- l’istituto bacologico”Cerutti Cav. Francesco e figli” di Moncalieri;
- la filanda “Pellisseri” di Alba;
- la filatura di Valfenera.
La storia di quest’ultima (unitamente a quella della bachicultura in Piemonte) e la lavorazione della seta grezza sono illustrate nel volume “La filatura di Valfenera: ambiente e tecniche in una comunità artigiana dal Settecento al secondo dopoguerra”, a cura di Renato Bordone e Giulia Carpignano, pubblicato nel 1991.
Alla produzione della seta, sono dedicati i seguenti musei:
- Museo-Giardino Civiltà della seta “Mario Monasterolo”, sito a Racconigi;
- Civico Museo della seta “Abegg”, a Garlate – Lecco.
La bachicultura aveva anche implicazioni sul paesaggio (al pari di tutte le altre fibre naturali): le nostre campagne erano caratterizzate dalla presenza dei gelsi, coltivati appunto al fine di nutrire con le loro foglie i bachi.


Sopra: raccolta delle foglie di gelso
(fotografia appartenente al Consorzio agrario di Mondovì)
A destra: uno dei tre gelsi presenti nella nostra Cascina (dopo una forte potatura, per preservarne la stabilità)
Verso la fine dello scorso millennio, per scelte collettive di natura imprenditoriale, legate alla globalizzazione, la produzione di seta è stata sostanzialmente rimessa (potremmo dire “restituita”) alla Cina.
Tuttavia, circa venti anni fa, in Italia si è cercato di ridare vita alla filiera serica, grazie al progetto Serinnovation, sostenuto dal Crea.
Allo stesso fine, in Europa è stato lanciato il “progetto Aracne”.